Fisco · 6 minuti di lettura
Regime forfettario: quando conviene uscirne prima della soglia
Il regime forfettario ha una soglia di uscita che tutti conoscono, ma quasi nessuno fa il calcolo che conta davvero: non “quando sono obbligato a uscire”, ma “da che punto in poi mi conviene uscire prima, per scelta”. Sono due domande diverse, e la seconda vale più della prima.
Elisa Marveggio · 28 maggio 2026
Perché la soglia obbligatoria non è il numero giusto da guardare
La soglia di legge dice quando il regime forfettario cessa di essere disponibile. Ma la convenienza economica del regime forfettario, rispetto al regime ordinario, cala molto prima di arrivare lì — perché il coefficiente di redditività forfettario ipotizza costi che, superata una certa soglia di fatturato, spesso non riflettono più i costi reali della vostra attività. Superata quella soglia, continuare nel forfettario può significare pagare le tasse su un reddito più alto di quello che avete davvero prodotto.
Il calcolo, in pratica
Il confronto che faccio sempre è fra l’imposta sostitutiva del forfettario (calcolata sul reddito presunto dal coefficiente di redditività, meno i contributi previdenziali) e l’IRPEF a scaglioni del regime ordinario (calcolata sul reddito reale, cioè ricavi meno costi effettivi, meno i medesimi contributi). Il punto di incrocio dipende in modo decisivo da quanto i vostri costi reali si discostano dal coefficiente presunto per il vostro codice ATECO.
Due esempi concreti
Il primo: una consulente con fatturato di 40.000 euro e costi reali molto bassi (usa la propria abitazione come studio, non ha collaboratori). Per lei il coefficiente forfettario è quasi sempre più favorevole del reale: restare nel forfettario conviene fino quasi alla soglia di legge.
Il secondo: un artigiano con fatturato di 55.000 euro, ma con costi reali — materiali, un collaboratore part-time, un furgone in leasing — che superano abbondantemente il coefficiente di redditività previsto per la sua categoria. Per lui, il punto di convenienza a passare al regime ordinario può collocarsi già a 35.000-40.000 euro di fatturato, ben prima della soglia obbligatoria.
Cosa guardo per fare la stima
- Il coefficiente di redditività previsto per il vostro codice ATECO.
- I costi reali sostenuti nell’ultimo anno completo, voce per voce.
- L’andamento del fatturato: una stima puntuale su un anno anomalo vale poco.
- Gli oneri previdenziali, che nel forfettario hanno spesso un trattamento agevolato che va confrontato con attenzione.
Non è un calcolo che si fa a occhio, ed è per questo che lo faccio sempre su misura, con i vostri numeri veri e non con una regola generica: due attività con lo stesso fatturato possono avere convenienze opposte a seconda di quanto i loro costi reali si discostano dal coefficiente presunto dalla legge.
Cosa succede l’anno del passaggio
Il passaggio dal forfettario all’ordinario non è solo una questione di aliquote: cambia anche l’IVA, che va applicata e versata secondo le regole ordinarie, e cambiano gli obblighi contabili, con la tenuta di registri che nel forfettario non erano richiesti. Vanno considerati anche gli acconti d’imposta, che nell’anno di passaggio si calcolano su basi diverse e possono generare un doppio carico temporaneo se non pianificati con qualche mese di anticipo.
Per questo il calcolo di convenienza non lo faccio mai a ridosso della dichiarazione dei redditi, ma durante l’anno, quando c’è ancora tempo per decidere consapevolmente e organizzare la contabilità di conseguenza — non a gennaio dell’anno successivo, quando la scelta è ormai chiusa. Chi arriva da me a marzo con la domanda “conviene ancora il forfettario per l’anno appena chiuso” riceve la stessa risposta tecnica, ma non può più farci nulla in pratica: la pianificazione utile si fa prima, non dopo.
Un terzo esempio, a metà strada
Il caso più interessante, e quello su cui vale davvero la pena fare il calcolo con attenzione, è quello intermedio: un fatturato attorno ai 45.000-50.000 euro con costi reali moderati, né trascurabili come nel primo esempio né elevati come nel secondo. Qui la convenienza dipende da fattori più sottili: la composizione dei contributi previdenziali, l’eventuale presenza di detrazioni familiari che nel regime ordinario si applicano diversamente, la possibilità di dedurre costi specifici (formazione, strumentazione, un dipendente) che nel forfettario restano forfetizzati indipendentemente da quanto spendete davvero.
In questi casi intermedi non esiste una regola generale che valga per tutti: ho visto due professionisti con lo stesso fatturato e la stessa attività arrivare a conclusioni opposte, perché uno aveva un mutuo con detrazioni significative e l’altro no. È il motivo per cui diffido delle regole del pollice — “sopra i 50.000 conviene sempre uscire” — che circolano spesso fra colleghi e clienti: sono vere in media, ma la media non paga le vostre tasse, le pagate voi sulla base della vostra situazione specifica.
Quando conviene aspettare, anche se il calcolo direbbe di uscire
C’è infine una variabile che il calcolo puramente numerico non cattura: la semplicità amministrativa. Per chi gestisce da solo la propria contabilità, senza un commercialista strutturato alle spalle, il regime ordinario comporta un carico di adempimenti — liquidazioni IVA periodiche, registri, fatturazione elettronica con regole più articolate — che ha un costo in tempo, non solo in imposte. In alcuni casi consiglio di restare nel forfettario anche a fronte di una convenienza fiscale marginale a favore dell’ordinario, se il tempo risparmiato in adempimenti vale, per quella persona, più della differenza di imposta.
Cosa porto sempre al primo incontro su questo tema
Quando qualcuno mi chiede di valutare la propria posizione rispetto al forfettario, chiedo sempre lo stesso set di documenti: l’ultima dichiarazione dei redditi, l’elenco dettagliato dei costi sostenuti nell’anno (anche quelli non ancora dedotti), e una stima realistica del fatturato dell’anno in corso. Con questi tre elementi riesco quasi sempre a dare una prima indicazione già nel primo incontro, anche se il calcolo definitivo — quello che uso per consigliare formalmente il passaggio — richiede qualche giorno in più per essere verificato con precisione.
Non è un calcolo che rifaccio una volta sola e poi archivio: lo ripeto ogni anno per i clienti che seguo in modo continuativo, perché il coefficiente di redditività può cambiare da un anno all’altro per effetto di modifiche normative, e perché la struttura dei costi di un’attività cambia nel tempo. Una valutazione fatta due anni fa può non valere più oggi, anche se il fatturato è rimasto identico.
Un’ultima avvertenza
Diffidate di chi vi propone di restare nel forfettario a ogni costo semplicemente perché “si pagano meno tasse”: è vero solo fino a un certo punto, e superato quel punto diventa un consiglio che vi costa denaro, non ve lo fa risparmiare. Il calcolo va rifatto ogni volta che cambia in modo significativo la vostra struttura di costi, non solo quando cambia il fatturato.
Se non siete sicuri da che parte state, portatemi semplicemente l’ultima dichiarazione dei redditi e un elenco approssimativo dei costi dell’anno: in mezz’ora riesco quasi sempre a dirvi se siete nel gruppo per cui il forfettario resta conveniente o in quello per cui vale la pena approfondire il calcolo con attenzione, prima che la decisione diventi urgente.
Tenete anche presente che la soglia di legge stessa può cambiare da un anno finanziario all’altro per effetto di manovre di bilancio: un calcolo fatto oggi va sempre verificato rispetto alle regole in vigore nell’anno a cui si applica, non dato per acquisito una volta per tutte.
Elisa Marveggio
Autrice
Consulente a Torino dal 2011. Segue privati e piccole imprese su contratti, fisco e lavoro, una pratica alla volta e su appuntamento. Chi sono →